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Profili di gesso – intervista su sinestesia e delitto , un titolo e un’intenzione. Ci sono storie che non si leggono solo con gli occhi, ma richiedono l’attivazione di tutti i sensi per essere decifrate. Accade quando la narrazione smette di essere pura cronaca e diventa materia viva, segno grafico, impronta sulla terra.

In “Profili di gesso”, forse l’ultimo capitolo della trilogia iniziata con “Le tre rune” e “Tamara”, tutti editi da Mondo Nuovo di Pescara, il crimine abbandona i luoghi canonici del genere per farsi rito tra i vicoli di Bologna e i poggi nobili dell’aretino, dove una serie di omicidi trasforma il mondo dei viticoltori in un palcoscenico macabro.

È una sequenza di inquietanti messinscene fatte di sangue, vino rosso e sagome di gesso tracciate attorno ai corpi, che compongono una grammatica visiva ricorrente e dalla forte componente estetica.

Copertina "Profili di gesso" Impulsi Creativi https://www.impulsicreativi.it/
La copertina di “Profili di Gesso” di Paolo Servi – edizioni Mondo Nuovo – @img Pierpaolo Rovero e Paolo Servi

Profili di gesso – intervista su sinestesia e delitto – il segno

A capo dell’indagine ritorna Roxanne Lynch, ispettrice dell’Europol esperta di omicidi seriali, che coordina una squadra eterogenea di talenti dell’investigazione. Ne fanno parte un giornalista, due ex hacker, una giovane funzionaria di polizia e Francesca Stella, artista dotata di una sensibilità extrasensoriale, che apre varchi dove la logica si arresta.

Attraverso uno stile asciutto, il romanzo si configura come un noir sinestetico, un’indagine che è, prima di tutto, visiva e tattile. La trama poliziesca è un telaio su cui vengono tessuti contrasti cromatici e sensoriali; uno still life accuratamente progettato in cui i luoghi diventano protagonisti vivi e lo spazio si fa abitabile.

La musica pulsa tra le righe e l’olfatto diventa il senso della verità e della memoria. In questa semantica materiale, ogni dettaglio fisico diventa un tassello di una verità che prende corpo non attraverso i classici colpi di scena, ma attraverso l’insistenza dei segni.

Questa architettura narrativa è il risultato di un incrocio di linguaggi apparentemente distanti, nati dalla penna di Paolo Servi – con cui condivido il percorso di Impulsi Creativi. Qui incontriamo in qualità di autore di una trappola narrativa raffinata.

Paolo porta nel romanzo un bagaglio che unisce creative coding, interaction design, arti visive e nuove tecnologie, attraversando mondi diversi con una costante attenzione alla forma, ai processi e all’esperienza di chi osserva.

Ne emerge un giallo d’atmosfera costruito non sul colpo di scena, ma su una logica lenta fatta di osservazioni, riletture e iterazioni. Il lettore si ritrova a orientarsi dentro una struttura che privilegia la coerenza alla sorpresa.

In questa conversazione abbiamo provato a scendere nei dettagli di questa indagine fuori dagli schemi per capire qualcosa di più sul romanzo.

Profili di gesso – intervista su sinestesia e delitto – l’intervista

L’Indagine: tra Rituale e Materia

“Profili di gesso” è un noir sinestetico; è come se ogni senso fosse un canale aperto per far entrare il lettore nella scena. Pare un modo per interrogarci sulla responsabilità del nostro sguardo.
Nel tuo processo creativo, la sinestesia è il punto di partenza o un traguardo? Progetti la scena attorno a una singola vibrazione sensoriale – un colore, un suono, una consistenza – o aggiungi questi strati materici solo in un secondo momento per dare spessore alla narrazione? Quanto è importante che il lettore “senta” fisicamente la scena del crimine/il contesto del racconto?

Mi piace iniziare l’intervista con questa riflessione, come se anche il nostro breve dialogo potesse fluire attraverso i 5 sensi. Per risponderti, credo di trasporre nella scrittura, in modo più o meno consapevole, un mio mood esistenziale. Ne fanno parte la musica, con cui accompagno i momenti di lavoro o di relax, le vibrazioni cromatiche che cerco nella progettazione multimediale, la ricerca di contatto con chi o cosa mi circonda, l’assaporare un caffè …

Un mio amico mi ha detto che l’ascolto dei pezzi musicali, che cito qua e là in brevi frasi, l’ha portato a scoprire canzoni sconosciute; è stato bello scoprirlo, come è bello vedere che anche tu percepisci la mia ricerca di onde sensoriali.

Copertina "Tamara" Impulsi Creativi https://www.impulsicreativi.it/
La copertina di “Tamara” di Paolo Servi – edizioni Mondo Nuovo – @img Pierpaolo Rovero e Paolo Servi

In “Profili di gesso” il confronto assassino-investigatrice sembra un duello etico-estetico. Lui cerca di dare forma e bellezza al crimine, lei rifiuta quella forma per riportarlo al limite morale.
Era tua intenzione mettere in scena anche una riflessione / provocazione sul modo in cui il lettore guarda la violenza? Possiamo dire che l’estetica serve a interrogare il lettore su cosa significhi dare forma al male, su come lo osserva, su dove finisce la curiosità, la fascinazione e inizia la responsabilità dello sguardo? Questa ‘estetizzazione del male’ è un modo per metterlo alla prova? È un libro che interroga la nostra responsabilità di osservatori: fin dove può spingerci la fascinazione per il “bello” prima di diventare complicità con l’orrore?

È una domanda importante e complessa. Sicuramente la ‘violenza fredda’ che esplode ogni tanto nella narrazione fa parte dell’estetica di un giallo che cerca la dimensione di thriller. In un libro, la possibilità di isolare questi atti e metterli in competizione con l’azione investigativa ci aiuta a interrogarci più su una realtà che, soprattutto in questo periodo, mescola con troppa disinvoltura l’orrore alla quotidianità.

È quasi fisiologico che qualche lettore si senta diviso tra Roxanne e il “villain” di turno, concedendosi una pausa morale innocua, per poi ritrovare il lato “sano” della vita nella fatica di chi indaga e negli esiti dal sapore dolceamaro, che cerco di ancorare al mio senso di giustizia.

Un personaggio sensitivo

In un romanzo dove la realtà è descritta con una precisione chirurgica e quasi ‘fotografica’, la sensitività di Francesca sembra quasi un paradosso. La sua dote è un ‘espediente narrativo’ per aiutare Roxanne o è necessario per ricordarci che nel male c’è sempre una parte che la logica non vede? Quanto è stato importante bilanciare logica e intuizione, evitando il modello del detective “illuminato”?

In realtà, le doti da sensitiva di Francesca fanno parte del personaggio, come le abilità tecno-punk di Mary e Fabio, l’ironia colta di Darius, la dimensione da combattente quasi zen di Roxanne o l’umanità dolce di Camilla.

Chi legge i precedenti romanzi della serie – “Le tre rune” e “Tamara” – scopre che l’energia quasi magica che pervade Francesca la segue fin da bambina. È un elemento imprevedibile e aggressivo all’inizio e lei, man mano, cerca di canalizzarlo e usarlo come schermo contro l’oscurità.

Il suo è un personaggio che soffre e ama viaggiando nelle emozioni come sulle montagne russe. Forse la sua magia interiore è lì per aiutarla a vivere una realtà da cui si sente accettata solo in parte. È come un daimon che sta ancora sperimentando le proprie capacità, si nasconde in lei e interviene in caso di bisogno.

Per risolvere il caso, Roxanne deve far dialogare mondi apparentemente opposti: la tecnologia e la logica di Mary e la sensitività e l’intuizione di Francesca. Nella tua vita di tutti i giorni – e soprattutto nel tuo processo creativo – cerchi attivamente questa sintesi o lasci che queste due spinte agiscano separatamente? Scrivi con la precisione di un algoritmo o ti lasci guidare dalle ‘vibrazioni’ che descrivi nei tuoi personaggi?

Parlando di scrittura, la mia è un’attività creativa a strati sovrapposti. Parte da intuizioni e sensazioni, poi passa la palla a fasi di ricerca e documentazione e infine lavora all’architettura d’insieme. Quando termino la stesura, rimetto in campo le sensazioni e le suggestioni grazie a pochi, selezionati amici, che mi leggono e regalano consigli preziosi.

Anche nella mia vita la logica e l’intuizione si scambiano le luci del palcoscenico, forse in modo più ruvido e vorticoso che nei testi. Prima, mentre parlavo di Francesca, che si sente accettata fino a un certo punto dalla realtà in cui vive, parlavo di una sensazione che provo anch’io: ritrovarmi immerso in un mondo per cui non mi sento adatto e cercare di richiamare energie interiori per levigarne gli spigoli. In effetti, c’è una parte di me in ogni personaggio della squadra investigativa.

Copertina "Le tre rune" Impulsi Creativi https://www.impulsicreativi.it/
La copertina di “Le tre rune” di Paolo Servi – edizioni Mondo Nuovo – @img Pierpaolo Rovero e Paolo Servi

Il team

Il libro rompe lo schema dell’investigatore solitario. Un team di elementi eterogenei, tutti indispensabili per far funzionare il sistema.
È così che intendi l’indagine moderna, come una sinergia di talenti diversi piuttosto che l’intuizione di un singolo genio? Questa scelta riflette la tua idea che la realtà non possa essere decodificata da un solo punto di vista? Roxanne Lynch è davvero l’unica protagonista o il vero protagonista del romanzo è questo ‘organismo collettivo’ che si muove all’unisono?

Sicuramente, nelle mie storie, il team è il vero protagonista, anche se è altrettanto vero che Roxanne ne è il leader indiscusso. Lei è il primo personaggio che ho creato e, attorno a quel centro di gravità, ho plasmato le altre figure. I componenti della squadra, però, non si sono incontrati tramite lei: Darius, Fabio e Francesca si conoscevano in precedenza e Mary e Camilla sono comparse nel tempo.

Non è sempre facile dosare i tempi e la presenza di ognuno di loro, a volte mi pare di scrivere un copione teatrale in cui ogni personaggio ha i suoi tempi per caratterizzarsi, interagire e venire alla luce.

In realtà, la squadra investigativa è sempre esistita nella tradizione del giallo, si pensi a Sherlock Holmes e Watson, con Lestrade e gli “irregolari” di Baker Street, a Ellery Queen col padre, l’ispettore Richard, a Hercule Poirot col capitano Hastings. Maigret è un po’ il “direttore d’orchestra” del suo commissariato, mentre gli italiani Montalbano e Schiavone hanno amici e collaboratori ben caratterizzati e sempre al loro fianco.

Visto che nella nostra blog-zine“Impulsi Creativi” – si parla di arte e design, mi viene spontaneo ricollegarmi alla forma mentis di un designer, attenta alla progettualità, ai processi, alla forma e all’esperienza finale. Letto con questa metafora, “Profili di gesso” sembra costruito come un sistema più che come un racconto lineare. È un insieme di scelte formali, materiali narrativi ricorrenti e vincoli che orientano l’esperienza del lettore.
Quanto questa sensibilità progettuale ha influenzato il tuo modo di raccontare la storia? Quanto della forma mentis di un designer entra nella costruzione della pagina?

Tra le mie attività, come sai, ci sono l’interaction design e la formazione nei segmenti di nuove tecnologie delle Accademie. Sicuramente sento delle affinità con i designer tradizionali (di cui, tra l’altro, ho scritto a lungo, per altre riviste).

Intervenire sulla realtà camminando sull’equilibrio sottile tra estetica e funzione è un’esperienza che mi ha sempre affascinato e, inevitabilmente, finisce per contaminare anche la mia scrittura. Forse, mentre costruisco una storia, cerco più un equilibrio tra emozione e struttura, ma parliamo sempre di una fusione tra mondi diversi, che generano, almeno nelle intenzioni, un oggetto nuovo, non del tutto prevedibile. È un dualismo a volte inconscio e a volte cercato, ma, durante la scrittura, è sempre un motore prezioso.

Evoluzioni

“Profili di Gesso” chiude una sorta di trilogia iniziata con “Le tre rune” e continuata con “Tamara”. Guardando oggi all’intero percorso, che fil rouge pensi di aver tracciato e, soprattutto … la trilogia è davvero conclusa?

Il fil rouge è nella crescita e nell’evoluzione psicologica dei personaggi chiave e delle loro relazioni. “Le tre rune” li ha fatti conoscere, “Tamara” li ha messi più a fuoco e “Profili di gesso” ne osserva la maturazione. Anche lo spessore degli antagonisti è via via aumentato e per gli investigatori, volendo usare una metafora musicale, ho ritagliato momenti di “a-solo” da protagonisti.

Questo processo fa parte del mio modo di approcciare la scrittura, istintivo, ma sempre polarizzato alla ricerca di personalità complesse. Trovo che il format giallo/thriller regali una giusta oscillazione tra l’introspezione e l’osservazione degli altri.

Per rispondere alla seconda parte della tua domanda … no, la trilogia non è conclusa, proprio ora sto scrivendo un quarto romanzo dedicato al team. Questa volta, però, verranno in luce le caratteristiche e le risorse dei personaggi più giovani o di più recente acquisto. All’inizio, pensavo a un vero e proprio spin-off della squadra, ma ora cerco di omaggiare tutti con spazi imprevisti.

Fotogramma booktrailer "Profili di Gesso" Impulsi Creativi https://www.impulsicreativi.it/
Un fotogramma dal booktrailer incluso da Thriller Cafè nell’intervista a Paolo Servi su “Profili di gesso” – edizioni Mondo Nuovo – @img Paolo Servi

Il booktrailer (breve video) di “Profili di Gesso”, che è stato incluso nella recensione di Thriller Café, è un’estensione visiva molto particolare del romanzo. Quanto è importante per te oggi affiancare alla scrittura forme espressive come video, immagini, animazioni o suoni?

È davvero molto importante. Quando scrivo le mie storie, le vivo e le vedo e, qualche volta, mi emoziono; non per niente uso il presente come tempo verbale. Mi sento sceneggiatore, regista e scenografo delle vicende … e forse anche un po’ attore, quando i personaggi mettono in gioco le parti che includono di me.

In questa fase del mio percorso professionale, sono molto interessato all’utilizzo delle nuove tecniche dell’AI (Intelligenza Artificiale) per la produzione di immagini e video-clip. Quando, per l’intervista di Thriller Café, mi è stato chiesto se volevo aggiungere un breve trailer alle risposte, mi sono cimentato con piacere.

Alessandra Parisi

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Alessandra Parisi

Mi chiamo Alessandra Parisi, sono nata e cresciuta a Lecce, dove mi sono laureata in Lingue e letterature straniere con una tesi di laurea in Sociolinguistica. Da quasi 20 anni vivo a Torino, punto di partenza di nuovo percorso di studi e professionale, nato dall'esigenza di assecondare un talento innato nel disegno, la passione per la moda e il desiderio di vivere di creatività manuale, un bisogno personale rimasto per tanto tempo in seconda fila. Ho lavorato per diversi anni in aziende di moda e studi stilistici, occupandomi di progettazione. Successivamente, spinta dalla perenne curiosità di capire come si fanno le cose, ho studiato oreficeria, scoprendo di sentirmi perfettamente a mio agio tra seghetti, frese, saldatrici, buratti, strumenti che ancora oggi mi accompagnano nel mio progetto dedicato al gioiello contemporaneo. Da 5 anni sono docente di disegno tecnico e disegno digitale (2D e 3D) per la moda presso IAAD Torino, nel corso di laurea in Textile and Fashion Design. Andar per mostre ed eventi legati all’arte, alla moda e al design è uno dei miei passatempi preferiti, così come anche scrivere e raccontare ciò che mi appassiona.